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La
parte più oscura del famoso quadro "Il giardino delle meraviglie"
di Hyeronimus Bosch comparve nel 1987 a far da copertina all’album
"Into the pandemonium". Un album che nel panorama dell’heavy metal
di allora segnò una svolta di cui pochi si accorsero; e di cui tuttora
molti cultori del rock in genere ignorano l’esistenza. Alla faccia
del crossover e di tutti gli esegeti delle nuove tendenze, che solo
negli anni ‘90 si sono accorti di certi mutamenti, gli svizzerissimi
Celtic Frost sfornarono dieci pezzi diversissimi tra loro, eppure
sintomatici della volontà di sperimentare nuove soluzioni musicali
in una precisa direzione.
Aldilà dei riferimenti tecnici (soprattutto le chitarre soliste)
che a molti metallari fecero storcere il naso, le idee di Thomas
G. Warrior, Martin Eric Ain e Reed St.Mark si dimostrarono efficaci
nello spiazzare e sorprendere piacevolmente l’ascoltatore.
Iniziando con una versione punk-metal della mitica "Mexican Radio"
dei Wall of Voodoo, i robusti Celtic Frost propongono in mirabile
sequenza la
gotica e bellissima "Mesmerized", la martellante e un po’ thrash
"Inner Sanctum" , la malinconica e decadente "Sorrows of the moon"
ispirata a un testo di Baudelaire (di cui realizzarono anche una
versione classicheggiante con titolo in francese); quindi la dura
"Babylon fell" e l’arabeggiante "Caress into oblivion", introdotta
da suoni di mercato arabo e percussioni etniche che calano in un'atmosfera
lovecraftiana. Con il pezzo prevalentemente elettronico "One in
their pride" la band mette mano all’episodio più sconcertante e
geniale dell’opera: una sequenza di drum-machine con campionamenti
vocali, rumori via-etere, sviolinate gracidanti. Niente a che vedere
con l’ortodossia del genere, ma sicuramente una coraggiosa proposta
di ricercatezze finissime per l’epoca. A seguire il road-rock "I
won’t dance", intriso di chitarre ipersature e coretti femminili
pseudo-funk e la maestosa lunghissima "King Wrath - Rex Irae", con
tanto di orchestra, cori, ottoni e timpani, dove la voce paurosa
di Warrior diventa quasi lirica e teatrale. Semplicemente sublime!
A chiudere "Oriental masquerade", un epilogo orchestrale forse gratuito,
ma che non stona nell’economia dell’album.
In seguito i Celtic Frost, che già in precedenza con durissimi LP
di gothic-metal come "To Mega Therion" avevano dimostrato uno stile
molto personale, non si ripeterono più. Segno probabile che "Into
the pandemonium" era già l’apice possibile per l’epoca, la pietra
di confine che poneva le premesse per una nuova era di contaminazioni.
L’album è stato più volte ristampato, specie dopo la spiacevole
parentesi glam di "Cold Lake". E chi se lo ritrova tra le mani non
se lo lasci sfuggire. A 14 anni di distanza "Into the pandemonium"
rimane un esempio clamoroso di creatività europea che affonda le
radici del rock in secoli di cultura ed arte.
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Deca -
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