Gruppo
Celtic Frost

Titolo CD
Into the Pandemonium

Anno di Pubblicazione
1987

Genere
Metal contaminato

Durata
N/D

Etichetta
N/D

Voto
9

Band
Thomas G. Warrior
Martin Eric Ain
Reed St. Mark


Tracklist
1-Mexican Radio
2-Mesmerized
3-Inner Sanctum
4-Sorrows of the Moon
5-Babylon fell
6-Caress into oblivion
7-One in their pride
8-I won't dance
9-Rex Irae
10-Oriental Masquerade

 

La parte più oscura del famoso quadro "Il giardino delle meraviglie" di Hyeronimus Bosch comparve nel 1987 a far da copertina all’album "Into the pandemonium". Un album che nel panorama dell’heavy metal di allora segnò una svolta di cui pochi si accorsero; e di cui tuttora molti cultori del rock in genere ignorano l’esistenza. Alla faccia del crossover e di tutti gli esegeti delle nuove tendenze, che solo negli anni ‘90 si sono accorti di certi mutamenti, gli svizzerissimi Celtic Frost sfornarono dieci pezzi diversissimi tra loro, eppure sintomatici della volontà di sperimentare nuove soluzioni musicali in una precisa direzione.
Aldilà dei riferimenti tecnici (soprattutto le chitarre soliste) che a molti metallari fecero storcere il naso, le idee di Thomas G. Warrior, Martin Eric Ain e Reed St.Mark si dimostrarono efficaci nello spiazzare e sorprendere piacevolmente l’ascoltatore.
Iniziando con una versione punk-metal della mitica "Mexican Radio" dei Wall of Voodoo, i robusti Celtic Frost propongono in mirabile sequenza la gotica e bellissima "Mesmerized", la martellante e un po’ thrash "Inner Sanctum" , la malinconica e decadente "Sorrows of the moon" ispirata a un testo di Baudelaire (di cui realizzarono anche una versione classicheggiante con titolo in francese); quindi la dura "Babylon fell" e l’arabeggiante "Caress into oblivion", introdotta da suoni di mercato arabo e percussioni etniche che calano in un'atmosfera lovecraftiana. Con il pezzo prevalentemente elettronico "One in their pride" la band mette mano all’episodio più sconcertante e geniale dell’opera: una sequenza di drum-machine con campionamenti vocali, rumori via-etere, sviolinate gracidanti. Niente a che vedere con l’ortodossia del genere, ma sicuramente una coraggiosa proposta di ricercatezze finissime per l’epoca. A seguire il road-rock "I won’t dance", intriso di chitarre ipersature e coretti femminili pseudo-funk e la maestosa lunghissima "King Wrath - Rex Irae", con tanto di orchestra, cori, ottoni e timpani, dove la voce paurosa di Warrior diventa quasi lirica e teatrale. Semplicemente sublime! A chiudere "Oriental masquerade", un epilogo orchestrale forse gratuito, ma che non stona nell’economia dell’album.
In seguito i Celtic Frost, che già in precedenza con durissimi LP di gothic-metal come "To Mega Therion" avevano dimostrato uno stile molto personale, non si ripeterono più. Segno probabile che "Into the pandemonium" era già l’apice possibile per l’epoca, la pietra di confine che poneva le premesse per una nuova era di contaminazioni.
L’album è stato più volte ristampato, specie dopo la spiacevole parentesi glam di "Cold Lake". E chi se lo ritrova tra le mani non se lo lasci sfuggire. A 14 anni di distanza "Into the pandemonium" rimane un esempio clamoroso di creatività europea che affonda le radici del rock in secoli di cultura ed arte.

- Deca -