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Keeper
of the Seven Keys Part II e' uno dei Cd che effettivamente ha fatto
la storia del Metal, uno dei capolavori del Power, sfornati dalla
prima formazione degli Helloween, di gran lunga migliore (a parer
mio) di quella attuale, soprattutto perche' poteva contare su un
cantante come Micheal Kiske, che, pur essendo meno espressivo e
caldo di Deris, possiede un'ugola d'oro.
Peccato che si sia perso in progetti personali che non ho avuto
modo di sentire, ma che cmq non hanno avuto grande fortuna; una
voce come la sua avrebbe fatto comodo al power metal odierno.
La storia degli Helloween, in effetti, e' stata un po' tormentata,
prima dai litigi che hanno portato all'abbandono
di Hansen (rimpiazzato da Grapow) e di Kiske (rimpiazzato da Deris),
poi dalle disgrazie, come il suicidio di Schwichtenberg, oramai
perso nel vortice di alcool e droga.
Il
disco parte con una piccola intro strumentale, "Invitation",
che lancia subito la prima canzone vera e propria, "Eagle Fly
Free", canzone veloce che mette subito in risalto le qualita'
del gruppo : Kiske svolazza (come l'aquila del titolo) tra acuti
impossibili a noi comuni mortali, mentre Grosskpoft crea una ragnatela
fatta di giri di basso grandiosi e e Ingo (il batterista dal cognome
impossibile) suona ad una velocita' assurda ; di routine il compito
delle due chitarre, che si mettono in risalto solamente negli assoli.
La terza traccia, "You Always Walk Alone", forse il punto
piu' basso del disco (che Kiske sia migliore come cantante che come
autore??), viene subito introdotta da un bel riff di Hansen e Weikath,
che guida l'ascoltatore verso la strofa, caratterizzate da linee
vocali poco convincenti. Il bridge e il chorus invece sono fatti
di tutt'altra stoffa e risollevano il valore della canzone.
Segue "Rise And Fall" che,invece, e' una delle migliori
canzoni del disco, lanciata dalla batteria e dall'ironico suono
di una risata ! Ancora una volta la parti migliori risultano il
bridge e il ritornello, caratterizzati rispettivamente da un coro
demenziale e da un lavoro fatto dal basso veramente eccezionale,
sopra al quale Kiske si mette ancora in mostra con la sua voce cristallina.
Degni di nota sono gli assoli deliranti, che ben si intonano con
l'ironia e la demenzialita' della canzone.
"Dr.Stein" e' un'altra grande canzone, retta quasi esclusivamente
dai bridge e dai chorus visto che si contano solo 2 strofe di scarsa
durata. Ancora una volta Weikath si dimostra un grande autore.
"We Got The Right" e' la seconda canzone composta da Kiske,
nettamente superiore a "You Always Walk Alone", ed e'
proprio qui che fa la sua miglior prestazione,che combina potenza
ed espressivita', culminante in un acuto potentissimo, che distruggerebbe
senza problemi le casse di un normale stereo ! Ottima e' anche la
prova del resto del gruppo, che mette in risalto la voce del cantante
senza affatto coprirla.
"March of Time" e' probabilmente la miglior canzone del
cd ed e' introdotta da un assolo abbastanza strano di Hansen (l'autore),
che lancia un Kiske grandioso (rischio di ripetermi !!) e la martellante
batteria di Ingo verso il chorus, veramente magnifico, che da l'idea
del tempo che scorre via senza mai fermarsi.
Penultima traccia del cd e' "I Want Out", recentemente
coverizzata dagli Hammerfall, autentico capolavoro in tutte le sue
parti, soprattutto quelle di chitarra, arrangiate egregiamente da
Hansen, che danno alla canzone un ritmo veramente accattivante.
Meraviglioso e' l'assolo che lancia per l'ultima volta il ritornello
conclusivo.
Eccoci cosi' giunti al capitolo finale della saga.
"Keeper of the Seven Keys" e' una lunga canzone di circa
13 minuti, che chiude il cd alla grande : un leggero arpeggio di
chitarra apre le ostilita' e porta la voce di Kiske verso aggressive
strofe, per giungere al lento ritornello, che rallenta il ritmo
della canzone. I numerosi assoli,a volte veloci, a volte calmi (assolutamente
stupendo quello lento e riflessivo che lancia la parte finale della
canzone) conducono la canzone all'inevitabile finale, ovvero alla
vittoria dei buoni e alla sconfitta del male (che Turilli abbia
collaborato con loro????).
Ricapitolando, The Keeper Of The Seven Keys Part II e' un ottimo
disco, che fa della sua potenza e della sua orecchiabilita' il suo
forte, ed e' suonato magistralmente dagli Helloween, che hanno la
loro punta di diamante nel giovane (all'epoca aveva 18 anni) Kiske,
protagonista assoluto del disco.
Voto:
9.5
- Allanon -
Quando uscì "Walls of Jericho" le speranze nutrite
nei confronti degli Helloween, soprattutto in Germania, in considerazione
dell'esplosione di due micidiali formazioni quali i Metallica e
gli Slayer oltreoceano, erano tali che oggi, osservando "Keeper
of the Seven Keys Part II",sembra riguardassero un'altra band.
Quanti mutamenti da allora: l'acquisizione di Kiske, importante
sì, ma che comportò la necessità di sterzare
sul melodico, assecondandone il volere (equiparabile quasi ad un
aut aut il suo), favorendo di conseguenza l'inclinazione dello stesso
Weikath, in contrasto con la volontà e propensione di Hansen,
radicalmente votato allo speed più esasperato; il passaggio
di consegne, inevitabile, a Weikath (autore della maggior parte
dei pezzi), una strizzatina d'occhio ad una più ampia fascia
di pubblico, tutto questo ha contribuito a creare un album indubbiamente
di successo, vanificando però le prospettive iniziali ed
inasprendo anche i contrasti interni.
Nato come un siamese doppio album, e quindi in teoria concettualmente
uniforme, "Keeper of the Seven Keys", per esigenze produttive
facilmente intuibili, si è tramutato in due dischi fisicamente
e temporalmente separati. Ma dette metà hanno finito però
per assumere una fisionomia differente. Il primo, dominato dallo
spietato songwriting di Hansen, contrasta fortemente con il secondo,
contrassegnato da quello più moderato di Weikath, già
esibito in passato ma ancor più civettuolo in questo lavoro.
Come se non bastasse, la detta opera, discordante già di
per sé, viene ulteriormente suddivisa al suo interno in due
ulteriori sezioni, ambigue e in aperto contrasto fra loro, con un
orientamento non saprei quanto condivisibile (commerciale, orecchiabile,
leggero, o come definir si voglia) per quanto concerne in particolar
modo i leziosi e goliardici brani iniziali ("Rise And Fall"
e "Dr. Stein" su tutti) con testi a dir poco risibili,
opera dello stesso Mike, mentre vengono relegati in fondo i ben
più solidi pezzi di Kai (pochi ma decisamente buoni). Personalmente,
trovo inoltre la performance di Kiske nella "You Always Walk
Alone", scritta da lui stesso, eccessivamente sopra le righe,
smodata e quasi irritante. La stessa title track è estenuante
nella sua pleonastica durata ed appesantito protrarsi. Trascinata
stancamente, non decolla mai; chiaramente carente di brio e di carattere
a mio modo di vedere. Qualche discreta toppa non basta a rabberciarla,
né a sostenerla. Ultima riflessione: allora questo venne
considerato da molti come il disco della definitiva morte degli
Helloween, ed effettivamente non si può dar loro torto. Molte
cose si sfaldarono: subentrarono problemi di label, interessi personali
ebbero il sopravvento, qualcuno decise di andarsene, anche tragicamente,
coloro li avevano seguiti dagli esordi progressivamente li abbandonarono,
mal accettando i cambiamenti sopravvenuti, benché nuove e
folte schiere di fan prontamente li sostituirono, ed altro ancora.
Non un lavoro da condannare completamente, comunque. Gli aspetti
positivi non mancano e la sua importanza non unicamente storica,
all'interno del genere e non solo, rimane intatta, ma mi sembra
doveroso e giusto ridimensionarne la qualità alla luce di
quanto da loro stessi fatto in passato.
Voto:
5.5
-
Coroner -
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