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Il
1982 è un anno molto delicato per gli Iron Maiden, come del
resto vuole la tradizionale crucialità del terzo album. Ma
il clima non è dei migliori: se l'esordio è stato
accolto trionfalmente, Killers è stato duramente attaccato
dalla critica e da tutti coloro che trovavano gli Iron Maiden forse
"troppo bravi" per crederci. E come se non bastasse, Paul
di'Anno è crollato durante il tour e non è più
nel gruppo; per certi versi la macchina scricchiola un po', soprattutto
se pensiamo che qualcun altro sta iniziando a perdersi e che in
generale la pressione sul gruppo sta diventando eccessiva.
Quello che arriva a noi, vista la situazione, è una prova
notevole se pensiamo al contesto, una situazione in cui la EMI aveva
pure tentato di forzare Martin Birch a buttar fuori dallo studio
del materiale che era quasi a livello di demo, per l'ira di Steve
Harris che troverà modo, in un caso più unico che
raro, di litigare a riguardo con Rod Smallwood. Come se non bastasse,
almeno negli accrediti ufficiali non può comparire nulla
riguardo al nuovo cantante, tale Bruce Dickinson sputato fuori dai
bravi ma disperatissimi Samson, anche se per molti il suo contributo
al songwriting è indubitabile.
Eccoci quindi all'uscita dai Battery Studios e davanti ad un album
caratterizzato da chiaroscuri piuttosto evidenti, che ha come merito
fondamentale l'aver chiarito che le mode potevano passare ma gli
Iron Maiden no, e l'ha detto con grande forza.
Si apre con Invaders, che lo stesso Harris considera un'opener rock'n'roll
da manuale, ed effettivamente non c'è niente da dire a riguardo,
se non che come tutte le canzoni da manuale non può sorprendere
più di tanto; appare tuttavia subito impressionante la prova
vocale di Bruce, abilissimo nel districarsi tra strofe ingombranti
e poco fluide, ma di questi problemi se ne accorge solo lui mentre
l'ascoltatore non sa dove mettere le orecchie tra la sua voce e
alcuni sapienti tocchi di basso, per poi trovare un chorus chitarristicamente
fantasioso, fantasia che purtroppo non permea tutto il brano, ma
non si può chiedere molto di più.
Prova di elasticità la successiva Children Of The Damned,
come a voler subito dimostrare che la nuova voce non va solo in
alto e che anzi è decisamente ben modulata, peccato che il
chorus tenda un po' ad arrancare, mostrando la grande gradualità
di Bruce a prezzo di un ritmo forzatamente lento. La canzone si
riscatta decisamente nella parte finale, dove si accelerà,
e il pathos c'è tutto.
Introduzione parlata per The Prisoner, ennesimo soggetto preso dal
piccolo schermo, e una delle canzoni preferite di Bruce, con dei
bei cori che dal vivo saranno ancora più preziosi.
E' però con 22 Acacia Avenue che capiamo cosa manca ancora
agli Iron Maiden per conquistare il mondo, anche se paradossalmente
la conquista arriva
proprio ora: uscire dall'Inghilterra. Ovviamente non è in
discussione che gli Iron siano britannici che più britannici
non si può, ma il sapore delle strade londinesi è
ancora troppo forte, e finisce per stringerli in una dimensione
che ormai è troppo piccola per loro.La canzone è molto
bella, mai dirò il contrario, ma gli echi di quel mondo che
abbiamo visto sulle copertine di Iron Maiden e di Killers sono se
vogliamo lievemente troppo ingombranti, manca ancora qualcosa perchè
il mondo cantato dagli Iron Maiden diventi un universo a sè
stante invece che l'espressione di una visione di un mondo reale.
Tuttavia le chitarre e il loro suono ci permettono di sentire chiaramente
cosa si prepara per il futuro, ciò che forse se non fosse
stata troppa la fretta avremmo già potuto sentire in questo
disco.
Usciamo dalle strade e sfondiamo nell'irreale proprio con la traccia
successiva, quella The Number Of The Beast che è uno dei
grandi classici degli Iron, stranamente vista la sua essenzialità
rispetto a brani di ben altra caratura. Notevole il break strumentale,
ben ampio e dalle chitarre più libere del solito fino a rientrare
su uno dei gruppi verso+strofa più famosi della storia del
metal.
Grandioso subito dopo l'incedere di batteria di Run To The Hills,
con chitarre sempre ben in vista e tutt'altro che scontate fino
alla galoppata più galoppante in cui Steve Harris si sia
mai esibito, una ritmica trascinante e assolutamente irresistibile,
con un Bruce sempre pronto ad affrontare una prova vocale che richiede
elasticità e potenza.
La cosa più strana è trovare proprio ora un tonfo
allucinante, non un brano veramente assurdo o detestabile, ma un
branetto sinceramente mediocre e poco distintivo come Gangland,
dai riff poco ispirati e tutto sommato un brano globalmente ignorabile,
che è la cosa peggiore che si possa dire per un gruppo come
i Maiden. Lo stesso Bruce non dà una prova particolarmente
appassionante, come invece farà in Total Eclipse che proprio
qui si dovrebbe collocare e che mostra una profondità, un'epicità
e una solennità degne dell'album; un brano che annuncia tutto
quello per cui ameremo Piece Of Mind.
La chiusura invece è perfetta e inoppugnabile, con Hallowed
Be Thy Name, una delle canzoni più copiate di tutto il repertorio
maideniano e una delle più belle, anche se qui frenata da
una velocità forse lievemente troppo ridotta. Se l'avete
sentita dal vivo, sul disco vi sembrerà che qualcuno stia
fisicamente trattenendo le note dall'esplosione, e decisamente il
ritmo più cadenzato non rende giustizia alla composizione
e al suo spirito, espresso decisamente meglio dal vivo. In ogni
caso una delle più belle canzoni degli Iron, che mette in
mostra veramente tutto, il drumming solido di Clive Burr, le chitarre
gemelle di Dave Murray e Adrian Smith, l'incedere del basso di Steve
Harris e la voce stupenda, potente ed espressiva come non mai di
Bruce Dickinson. Se volete sapere cosa sono gli Iron Maiden ascoltate
questo brano e avrete capito tutto, dopo vi sembrerà di conoscerli
da sempre.
E così chiudo, sulle note più belle, uno dei grandi
album degli Iron, importantissimo se non addirittura fondamentale
ma che se vogliamo non riuscirà a restare al passo con i
futuri capolavori, dischi oltre ogni possibile aspettativa. Nel
frattempo... up the Irons!
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Silver Drake -
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