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Eccolo,
finalmente, il nuovo album dei vecchi Rage.
Un riassunto velocissimo per quei pochi che ancora non sanno: appena
ultimate le registrazioni di questo "Ghosts", Chris, Spiros
e Sven hanno lasciato Peavy solo con il marchio. Il cantante/bassista
ha reclutato Mike Terrana per le pelli e Victor Smolski, unico chitarrista
della formazione che girerà l'Europa per l'imminente tour.
Quest'ultimo ha aggiunto alcune linee di chitarra al lavoro già
ultimato.
Ma veniamo alla musica.
Eravamo rimasti a "XIII", al suo amalgama così
perfetto tra orchestra e strumentazione rock da far sembrare che
da quando esiste la musica non si fosse fatto altro. Un album geniale,
molto vario, ma anche ostico. In qualche modo, un disco di passaggio,
bello e "sospeso".
In "Ghosts", è bene dirlo subito, l'orchestra non
c'è più, sostituita dalle tastiere di Christian Wolff,
vero "membro esterno" della band. Senza girarci troppo
intorno: la differenza si sente.
Più di una volta mi sono ritrovato a sognare cosa sarebbe
stato "Ghosts" con archi e fiati al posto dei transistor.
Cosa avrebbero aggiunto gli strumenti antichi? Nulla, probabilmente.
"Ghosts" è meraviglioso, punto e basta. E' meravigliosamente
arrangiato, meravigliosamente suonato ma, prima di tutto, meravigliosamente
pensato e composto.
L'album è strutturato come un'opera rock, con le atmosfere
dei vari pezzi che seguono gli stati d'animo dell'io narrante ed
i testi che formano un concept di valore assoluto (non ai livelli
di "The Wall", ma quasi).
L'inizio è da brividi con "Beginning Of The End",
cadenzato che nelle oscure strofe sembra una outtake di "Streets",
salvo poi aprirsi ad un refrain gigantesco copiato pari pari da
"Sweet Dreams" di Annie Lennox. Difficile descrivere l'impatto
emozionale.
"Back In Time" sfoggia un ritmo sostenuto, con una grandissima
impressione di dinamismo ottenuto attraverso cori incredibilmente
catchy, riff maideniani, "violini" che crescono prepotenti
nello stupendo bridge e solo che più tedesco non si può.
Da quando l'ascolto non canto altro.
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L'attesa
per il nuovo album dei Rage, diventata sempre piu' scottante
dopo le notizie dello split, e' stata ripagata solo in parte.
Al primo ascolto di Ghosts ho provato molta delusione nei
confronti di uno dei gruppi che mi hanno avvicinato al Power
Metal con dischi del calibro di "Trapped", "Black In Mind"
e "End Of All Days" e ho iniziato a chiedermi il perche' del
cambio di stile di Peavy e soci. Gia' il secondo ascolto del
cd mi ha fatto passare la delusione e apprezzare questo lavoro,
piu' difficile da assorbire dei precedenti, ma comunque di
ottimo livello. Gli amanti del Power tradizionale potranno
non gradirlo, perche' troppo carico di strumenti "classici"
e di tempi lenti e invece scarno di ritornelli veloci e pesanti,
ma come dar torto a Peavy, che ha sperimentato qualcosa di
nuovo in un genere ormai intasato di nuove uscite ?
-
Leonardo -
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O meglio... quasi non canto altro: da un paio di giorni la title-track
mi si è svelata nella sua bellezza superiore. Questo è
forse il miglior brano del lotto. Lento ma scosso dalla metà
in poi da un intermezzo più ritmato, pesante ma arioso con
il suo sound vagamente spaziale, algido ma coinvolgente con i suoi
cori ultra-evocativi. "This is the world that's next to yours
/ you can't see us, we can see you / the soul lives on, we're ghosts".
"Wash My Sins Away" è un altro brano che la maggior
parte dei gruppi power in circolazione può solo sognarsi
di scrivere, in virtù dell'eccellente songwriting. Eppure
qualcosa per la prima volta non va: il tipo di bellezza di questo
pezzo richiederebbe un arrangiamento più classicamente speed...
alla Kai Hansen, per capirci. In questo caso l'evoluzione melodica
del sound nuoce alla resa del pezzo, al quale una semplice iniezione
di doppia cassa avrebbe fatto bene. Da annotare nel finale un geniale
interludio di chitarrismo white-blues.
A questo punto siamo a 3 brani sopra il 9 ed uno che comunque si
assesta su un onesto 8 abbondante... per ricordarci che non sono
degli dei scesi in terra i Rage ci presentano due tracks solo buone.
"Fear", il pezzo più classicamente metal finora
che gode di una buona accelerazione centrale, e "Love And Fear
Unite", oscillante tra dolci frangenti melodici e sparate speed
"vecchia maniera". Il discorso fatto per "Wash My
Sins Away" vale a maggior ragione per questi due pezzi: l'impostazione
troppo melodica dell'album li danneggia tantissimo. Da risentire
live.
A questo punto, Peavy deve aver pensato che anche a noi metallari
ogni tanto piace pomiciare con la propria metà... Ecco, caro
Peavy, se avessi bisogno di simili "mezzucci" vorrebbe
dire che con la mia ragazza sono proprio alla frutta. Poco m'importa
se nel finale le atmosfere cambiano leggermente. Questo pezzo fa
schifo.
Ma se c'è qualcuno che sa come farsi perdonare, questi sono
i Rage. Ecco "Spiritual Awakening", up-tempo moderno (senza
essere industrial) con ottimi effetti elettronici a condire l'ennesima
prova di songwriting divino. Il pensiero che qualcuno possa aver
storto il naso alle parole "moderno" ed "effetti
elettronici" mi fa star male. Questa song è incredibile,
divertente e profonda (anche a livello di testo) insieme.
In un capolavoro come questo "Ghosts", due belle songs
come "Love After Death" e "More Than A Lifetime"
passano in secondo piano. La prima, con i suoi cambi di tempo molto
classici, farà comunque innamorare di sé più
di un defender. La seconda, invece, proprio non gira, anche se non
so dire perché. Forse è la sua struttura troppo incentrata
sul coretto da "stasera all'osteria le donne entrano gratis,
vestitevi bene".
Poco
male, i pezzi sono comunque godibili.
Ed eccoci al gran finale.
Avete presente "The Wall"? Vi ricordate come i Pink Floyd
hanno deciso di chiudere quel capolavoro?
Ecco, "Tomorrow's Yesterday" è un po' la "The
Trial" di questo disco. Lasciate da parte il metal, qui non
ce n'è quasi traccia. Il pezzo veicola un testo filosofico
con una melodia spensierata, quasi bambinesca, gestita teatralmente
dalle vocals di Peavy. Il paragone con la song dei Pink Floyd è
decisamente a vantaggio di questi ultimi, ma va sicuramente premiato
il coraggio dei nostri, che chiudono un lavoro stupendo con una
track per loro atipica ma bellissima... e godetevi l'inserto "drammatico".
Se sono riuscito a convincervi del fatto che questo disco è
un capolavoro senza mezzi termini... allora sbrigatevi a comprarlo,
così vi beccate un digipack niente male e, soprattutto, la
bonus-track: "End Of Eternity". Tutt'altro che un riempitivo,
il pezzo è un power-speed classico (ecco la doppia cassa!)
di ottima fattura per il quale però vale il discorso fatto
finora per tutti i brani più "metal": dov'è
la cattiveria dei grezzi arrangiamenti di "Black In Mind"?
Concludo con una cosa che mi ha fatto piuttosto girare entrambi
i coglioni: la dicitura "featuring lingua mortis orchestra
sounds" in copertina. Ovvero: "se avete comprato il disco
perché credevate che fosse suonato con l'orchestra, non ve
la prendete con noi: abbiamo specificato chiaramente che dell'orchestra
ci sono soltanto i suoni". Degno dei migliori azzeccagarbugli
truffaldini. Proprio una brutta caduta di stile (che per quanto
mi riguarda, costa mezzo punto), per di più assolutamente
inutile per un disco di questo livello.
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Sigurd -
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