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I
Rhapsody sono tornati! Dopo averci fatto attendere oltre 2 anni
fra un album (lo splendido Symphonies of Enchanted Lands) e il successivo
(il mediocre Dawn of Victory), ora in meno di un anno hanno fatto
uscire un EP lungo quasi come un LP e un altro album vero e proprio.
Forse volevano farsi perdonare la mezza delusione del suddetto Dawn
of Victory?
Non lo so, comunque a mio avviso ci sono riusciti, ma solo in parte.
Si, lo so che voi curiosoni avrete già letto il voto sintetico
ad inizio recensione. E vi posso anche dire che l'avrei messo anche
più basso (un 7+, ad esempio) ma ciò non deve trarvi
in inganno in quanto si allinea alla mia nuova (?) politica riguardo
ai voti. Ovvero "Visto che abbiamo una scala di valori da 0
a 10, usiamola tutta!", come diceva il mio professore di matematica
alle superiori. Infatti passavo dal 3 al 9 con molta tranquillità.
Ma non divaghiamo.
La formula dell'album è quella canonica del tipico Album-dei-Rhapsody-nelle-Terre-Incantate-con-lo-Spadone-di-Smeraldone
(TM) a cui ormai siamo abituati, ovvero 10 tracce con intro, seguito
da opener veloce e in fondo all'album la suite che supera il quarto
d'ora di lunghezza.
Ok, il contenitore è quello, ma il contenuto com'è?
La musica? Cambia? Beh, la risposta qua è un "nì",
perchè sebbene per molti aspetti la proposta sia sempre la
stessa, sono state introdotte anche alcune innovazioni, riuscite
direi.
Innovazioni che non sono certamente nell'intro nè tantomeno
nella successiva Knightrider of Doom. Anzi quest'ultima è
davvero il peggiore opener realizzato fin'ora dal combo italiano.
Il riff iniziale ricorda troppo la parte del riff portante di Emerald
Sword e anche l'aria che si respira durante la strofa odora troppo
di stantio. Insomma, non mi convince :)
Tutt'altra storia per Power of the Dragonflame, che ha un refrain
davvero azzeccato e ne fa uno dei migliori brani dell'album.
Gli elementi di "innovazione" si cominciano a vedere,
anzi, a sentire nella quarta traccia, ovvero The march of the Swordmaster.
Infatti, sebbene sia a grandi linee riconducibile nel ritornello
alla classica marcia epica dei Rhapsody, la strofa presenta invece
un suono prettamente "Manowariano". Anche la voce, modulata
sapientemente da Lione, cerca di rendere al meglio questa atmosfera.
Il risultato è alla fine buono, anche se non so fino a che
punto si possa davvero parlare di innovazione.
Innovazione che e' invece pienamente tangibile in When demons awake,
il brano più cattivo e con tiro mai scritto dai Rhapsody,
in cui Fabio alla voce si sposta su terreni vicini quasi al growl!
Davvero bella e notevole questa canzone, quasi quasi mi sento di
consigliare loro di proseguire maggiormente su questo piano, per
staccarsi in parte dai "soliti clichè". Agony is
my name invece non propone nulla di nuovo sotto il sole, si lascia
ascoltare tranquillamente, per carità, però nulla
di più.
Ma subito si ritirano su con "Lamento eroico". Come potrete
notare dal titolo questa canzone è interamente cantata in
italiano, come d'altronde anche altri pezzi dei brani precedenti.
La canzone vuole essere molto ricca di pathos, in alcuni tratti
andando a cercare anche la liricità, e vi riesce anche bene,
per quanto ne possa capire uno quasi a digiuno di opera lirica come
il sottoscritto. Non griderei quindi al miracolo come han fatto
altri, ciononostante giudico la canzone molto buona lo stesso.
Steelgods of the Last Apocalypse e' nuovamente una classica Rhapsody-song,
eppure mi piace davvero tanto, è molto orecchiabile e si
è quasi obbligati a cantarla assieme a Fabio! Per alcuni
potrebbe essere quasi un difetto, ma in fondo l'easy-listening non
ha mai ucciso nessuno.
Poco prima della suite finale troviamo un altro riempitivo, The
Pride of the Tyrant, che si può giudicare come Agony is my
name. Ma passiamo oltre.
Anzi, forse non è meglio passare oltre, perchè uno
dei motivi per cui non ho gridato al capolavoro per questo album
è appunto Gargoyles, Angels of Darkness. A parte alcuni momenti
(come lo splendido arpeggio iniziale) la canzone non decolla mai
e, parlo per me ovviamente, si arriva quasi con noia alla fine.
Ad esempio continuo a trovare odiosi gli inserti di parlato che
continuano ad essere presenti nel suono dei Rhapsody. Non siamo
certo ai livelli dell'EP Rain of a Thousand Flames in cui si raggiungeva
la spocchiosità, ma mi irritano lo stesso notevolemente.
Questo unito al fatto che non c'è nessun momento particolarmente
memorabile durante i quasi 20 minuti di durata della composizione,
me la fanno bocciare. E non pensate che l'abbia ascoltata 2-3 volte...
ci ho provato in tutti i versi a farmela piacere.
Cos'altro
rimane da dire sull'album? Beh, gli arrangiamenti sono sempre allo
stesso livello a cui siamo stati abituati, ovvero molto ricercarti
e complessi, anzi forse con qualche gioco di chitarra in sottofondo
di più rispetto al passato, a discapito dei cori e delle
tastiere. Rimane quindi più suonabile dal vivo rispetto ai
primi due album ma comunque più fine e cesellato rispetto
a quanto sentito in Dawn of Victory.
Concludo
dicendo che tremo al pensiero della fine della saga di Algalord,
dato che i nostri hanno deciso di lanciarsi su un concept riguardo
"Il Signore degli Anelli" di Peter Jackson.
Si, avete letto bene l'autore, dato che vogliono "musicare"
il film, e non il libro.
Ma questa è un altra storia.
- Davide "Vide" Ferrari -
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